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Vivere la contemporaneità. Un ricordo di Gillo Dorfles

“Per quanto il gusto continui a decadere, mi considero ancora un critico molto severo del gusto. Ovviamente di quello altrui: del mio, un po' meno…” così Gillo Dorfles, che da poco ci ha lasciati all'età di 107 anni, rispondeva alla domanda di Vincenzo Trione in un libro singolare e, condividendo l’ironia che traspare nella risposta, da guinness dei primati, “Inviato alla Biennale” (Libri Schewiller, 2010) che raccoglieva i monitoraggi critici di Dorfles dagli anni Quaranta al 2009. Quasi sessant’anni da inviato speciale alla Biennale d’Arte di Venezia.

Il libro è in fondo un condensato del pensiero del critico triestino che ha teso, da protagonista, a indagare e vivere la contemporaneità. Lo ha fatto con una penetrante capacità critica, spinta da un indubbia e incessante curiosità di sapere e da un solido impianto teorico. Il cambiamento nelle arti e nei costumi della società è stato il grande interesse di Dorfles, e le sue restituzioni sono sempre state “chirurgiche”, senza giri di parole con la capacità di dipanare il senso di un’opera, di un progetto, di una realizzazione. Ma anche con  la consapevolezza del limite. “Nei confronti dell’attualità, lo storico dell'arte non può fare niente: perché le nuove esperienze non sono ancora codificate. Dinanzi al presente, esiste solo il giudizio estemporaneo: che può essere giusto, valido o totalmente campato in aria”. Questa necessità di indagare il presente ha portato Dorfles, ed è uno dei suoi grandi meriti, a non circoscrivere il campo alla nobiltà e autonomia dell'arte, ma ad allargare la visione e cercare di cogliere i segnali e come titolava un suo libro degli anni e Sessanta “Le oscillazioni del gusto”.  È per questo che troviamo nel suo lavoro una pluralità di interessi, fondamentali per restituire il mutare e la complessità nel nostro tempo. Quindi studiare e cogliere i segnali della moda, della musica, del design, dell’architettura e anche della grafica e della pubblicità era tanto importante quanto storicizzare l'arte “pura”. La società poneva sempre meno confini fra la nobiltà dell’Arte e la sua dimensione utilitaria, quasi di consumo. Il gusto e l'educazione artistica potevano venire anche da quell'universo di segni e oggetti prodotti dal disegno industriale e dalla grafica. La “pinacoteca minore” che l’uomo della strada poteva incontrare quotidianamente, non era il b-side dell'arte maggiore, ma il grande giacimento per indagare la contemporaneità. Molti sono i contributi di Dorfles sul tema della grafica e i suoi protagonisti, con più rilevanza negli anni del grande sviluppo economico (lo “stile industriale”), ma fu sorprendente vederlo apparire in una delle prime mostre alla Galleria Aiap negli anni novanta. Per “Il manifesto di S. Pietroburgo” dove avevamo invitato i grafici Alexander Faldin e Vladimir Dulov come testimoni di quel momento di passaggio dall’economia sovietica a quella capitalista e per raccontare la storia visiva della Perestroika.
Con vivo interesse Dorfles osservò i lavori dei grafici russi e scrisse una puntuale testimonianza sul “Corriere della Sera”, ma soprattutto si intrattenne amabilmente con Faldin e Dulov parlando perfettamente in russo, una delle molte lingue che conosceva e che lo legavano alle sue origini.

Mario Piazza

 


( 4 mar 2018 )


 

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Gillo Dorfles, Le oscillazioni del gusto, Lerici, 1958 (copertina Giulio Confalonieri Ilio Negri)

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Gillo Dorfles Ultime tendenze dell′arte d′oggi, Feltrinelli 1961 (copertina Albe Steiner)

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Gillo Dorfles e Riccardo Malipiero, Il filo dei dodici suoni, Schewiller, 1984



Aiap
via Ponchielli, 3
20129 Milano

20 settembre 2018

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